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IMPATTO REALE DELL’OMEOPATIA NELL’ATTUALE CONTESTO SANITARIO

La valutazione dell’impatto in oggetto è stato condotto sulla base di interviste informali a medici clinici delle categorie sotto indicate. I dati raccolti devono tenere conto dell’incidenza (che si stima elevata) di pazienti che non riferiscono al medico convenzionale di aver intrapreso o di condurre terapie omeopatiche o non ne specificano i modi (ad esempio, esibendo la prescrizione).

 

Nella medicina ospedaliera, il rilievo anamnestico di cure omeopatiche determina una complicazione concettuale per il medico che lo registra, in quanto il dato può costituire una variabile non controllata, soprattutto se la terapia è in atto. Il desideratum è che un paziente in terapia omeopatica esibisca in ospedale una lettera di presentazione clinica da parte del medico curante con doppia competenza, espressa in termini accademici condivisi. In mancanza di tale documento, gli atteggiamenti comuni del medico ospedaliero sono: ignorare il dato, proibire la cura o (più raramente) consentirla. In ogni caso, in mancanza di dettagli clinici, permane un’ambiguità non risolta che, tuttavia, si suole considerare irrilevante.

Per ovviare a tali problematiche, molti pazienti, d’altra parte, per iniziativa propria o per consiglio del curante, sospendono la terapia omeopatica assunta all’atto del ricovero.

Ovviamente sarebbe parimenti opportuno che il medico ospedaliero voglia e riesca a comunicare con il curante.

 

Nella medicina privata, ove lo specialista non abbia egli stesso competenza in omeopatia, egli normalmente svolgerà la sua prescrizione specialistica parallelamente a quella omeopatica in atto, e valuterà il decorso clinico nei controlli successivi indipendentemente dal trattamento omeopatico associato alla sua prescrizione. Si determina facilmente, cioè, un doppio binario terapeutico parallelo.

Nel caso lo specialista abbia egli stesso una competenza omeopatica e prescriva in tal senso, può verificarsi una sovrapposizione nelle terapie omeopatiche da assumere (il che è tecnicamente inaccettabile), che necessiterà d’esser chiarita e risolta tra i curanti. Nel caso della medicina privata, i contatti tra i diversi specialisti sono più frequenti.

 

I medici ed i pediatri di famiglia offrono gli scenari più vari, dall’ostracismo alle cure omeopatiche al consiglio attivo di intraprenderle.

Nei casi in cui il medico convenzionale sia disposto alla collaborazione, è massimo interesse del paziente che il medico a doppia competenza consigli al paziente di esibire la prescrizione omeopatica al medico convenzionale, possibilmente correlandola con una nota che chiarisca in termini accademici l’orientamento diagnostico in base al quale essa è stata prescritta. Quando una tale collaborazione si verifichi, il medico ed il pediatra di base sono solitamente avvantaggiati nel loro lavoro.

Anche il medico ed il pediatra di base devono talvolta sviluppare comportamenti “difensivi” in merito alle “terapie omeopatiche” dichiarate dal paziente, poiché essi non sono obbiettivamente in grado di valutarne il razionale. Deve pertanto, e di nuovo, essere il contatto con il curante a doppia competenza a chiarirne i termini. Sarebbe tuttavia auspicabile –nell’esclusivo interesse del malato- che la formazione di base del medico e del pediatra di famiglia contemplasse l’acquisizione della sua capacità di discernere il tipo di terapia intrapresa dal paziente (omeopatica, antroposofica, omotossicologica, complessista, integratori, fitoterapica o altro), i razionali elementari di esse e la capacità di interagire utilmente con i medici a doppia competenza.

Una modesta percentuale di medici e pediatri di famiglia hanno inoltre acquisito una loro propria competenza in omeopatia. Tale doppia competenza è considerata da essi utile ai fini del lavoro convenzionato, a prescindere se essi decidano poi o meno di praticare la medicina omeopatica in regime privato (in tal caso, essi stessi sono in grado di selezionare i pazienti da seguire con un trattamento omeopatico). Qualora, invece, detti medici svolgano soltanto la professione in regime convenzionato, essi possono utilizzare le prescrizioni omeopatiche in varie condizioni acute e croniche, riservandosi eventualmente di avviare il paziente ad altro collega che possa instaurare un trattamento omeopatico canonico, quando non risulti adeguato che esso venga condotto nell’ambito convenzionato.  



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